
Un amico compie gli anni. Quale occasione migliore per aprire una bottiglia di pregio? Su sua stessa indicazione, abbiamo saltato le varie bollicine italiane / francesi e abbiamo optato per un rosso da meditazione e così ho colto l’occasione al volo per assaggiare un nuovo prodotto: non un brunello, né un barolo, ma un Primitivo.
Un primitivo sì, ma non uno qualsiasi, un nobile primitivo, a lungo decantato durante un incontro a quattr’occhi col direttore vendite dell’azienda in questione, feudi di san marzano: primitivo sessantanni: trattasi di un primitivo ottenuto esclusivamente da vigne vecchie oltre i sessant’anni e coltivate ad alberello con una densità di impianto di 5000 alberelli per ettaro. Il risultato è un rosso sì da meditazione, ma che si stacca dalla consuetudine che vede, ahimè il più delle volte, un vino carico di tannini, di aromi terziari e di pesantezza. In questo caso invece già al naso il prodotto si presenta elegante, morbido e decisamente equilibrato: note di frutta matura, confetture rosse e frutti di bosco non eccedono e si legano molto bene ai sentori speziati dei 6 mesi di barrique francese. Il colore è rosso rubino intenso, dai riflessi non troppo aranciati (una caratteristica che SE ABBONDANTE denota, a mio parere, un’eccessivo affinamento in legno oppure la necessità di mantenere ancora in bottiglia il vino poiché non totalmente evoluto). In bocca la vera sorpresa, dato che ci si aspetterebbe un corpo dal nerbo forte e aggressivo, invece anche in questo caso si incontra un grande equilibrio tra le varie componenti: i tannini maturi conferiscono morbidezza, acidità appena percepibile, un leggero timbro amarognolo alla fine che non disgusta. Il corredo aromatico è complesso e ricchissimo, poiché si sentono forti richiami di marasca e di frutta sotto spirito, che si accompagnano a tenue note speziate e vanigliate dalla persistenza lunghissima. L’alcolicità da forza a questi sentori e li rende ancora più “caldi”. L’abbinamento secondo me è da valutare, poiché troppo facilmente si tende a indicare la carne rossa e la selvaggina come piatti abbinabili a vini di un certo calibro, quando sarebbe più opportuno a certi livelli degustare i vini tal quali, senza necessariamente accompagnarli a dei piatti, in modo da apprezzarne ancora di più le dimensioni e da averne una maggiore “memoria degustativa”.
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